Cappotto di feltro verde

(foto di Luis Fabini)

(foto di Luis Fabini)

Entrare in una chiesa, vicino alla stazione, in qualunque città ci si trovi, è compiere un viaggio, dalla superficie alle profondità. Sopratutto se, la domenica, si sceglie o capita, di recarsi all’ultima messa. Poco importa se sia l’ultima della mattina o l’ultima del pomeriggio. Basta che sia l’ultima. E per capire meglio la geografia di questo viaggio bisogna arrivare qualche minuto in anticipo. Giusto il tempo di assistere alla fine della celebrazione precedente. Giusto il tempo di osservare le facce giocose dei fedeli, si, quelli della messa “di punta”.

Ogni parrocchia ha la sua messa di punta. In un orario che oscilla dalle 10 alle 11.30. La messa, quella “animata”, quella con i bambini del catechismo, i giovani con le chitarre, le famiglie, i gruppi ecclesiali. La messa, quella con il prete più “moderno”, capace di tenere desta l’attenzione di grandi e piccini. E quando, disgraziatamente, la parrocchia è sfornita di preti all’avanguardia, allora si punta sul coro o sui paramenti o sull’arredo sacro. La messa di punta è quella della comunità. La messa alla quale arrivano numerosi i collaboratori del parroco, per sistemare sedie e foglietti, per accordare le chitarre, per assegnare le letture. La messa di punta, quella dove, alla fine, ci si trattiene in cortile a salutarsi, mentre i bambini scorazzano e sudano e alle bambine scivolano i primi collant che con gesto poco elegante, ancora, si riportano su, fin sopra il limite delle ascelle. La messa di punta. Quella con il canto finale, accompagnato dal battito di mani, che tira fuori l’allegria anche dai partecipanti più tristi. È la festa.

È così perfino nella chiesa vicino alla stazione. Però, di solito, per partecipare a questa messa devi appartenere a qualcuno ed essere “qualcosa” se non vuoi sentirti fuori posto: catechismo, gruppo giovani, scout, gruppo famiglie, azione cattolica. Cresimando, cresimato, post cresima. Gruppo lectio divina, gruppo liturgico. Gruppo, insomma.

L’altra messa, invece, quella di scorta, è quella per chi non ha trovato o ha già perso il proprio posto nel mondo. È la messa dei cristiani “non impegnati”. Quelli che alla domenica mattina si ricordano o decidono di andare, ma all’ultimo momento. Oggi alla messa di scorta, vicino alla stazione, eravamo in pochi. E ci siamo dovuti accontentare dell’aroma d’incenso andato in fumo copioso per chi ci aveva preceduto. Ci serva di monito per la settimana successiva: se si vuole l’incenso vero bisogna arrivare in tempo! Alla messa di scorta, vicino alla stazione, si è talmente sparuti e singoli e sperduti che ci si distribuisce tra i banchi con ordine rigoroso, in modo tale che nessuno sia troppo vicino a nessuno. Di solito è un’assemblea meticcia, miscuglio di razze e di vita. Man mano che la gente arriva a me pare di assistere ad un raduno di “incipit”. Ognuno dei presenti sembra il personaggio ideale per l’inizio di un romanzo, ciascuno di loro pare esistere grazie alle prime parole di una storia senza seguito. A pochi banchi da me un signore, cinquant’anni circa. Dalla testa ai piedi vestito in modo da passare dal grigio fumo, delle scarpe, al beige chiaro, del giubbino. Sembra uscito da una lavatrice che gli ha sequestrato i colori e che, con violenza, li tiene in ostaggio. Il suo sguardo spaventato attraversa, su e giù, tutto il perimetro della chiesa e per tutto il tempo della celebrazione non smette di borbottare qualcosa. Troppo piano per distinguerne le parole, troppo forte per non sentirne il lamento. Un secondo, neppure per un secondo ha smesso la sua cantilena dolorosa. Eroico tentativo di mantenere in vita il dialogo, di restare saldo nel dire, anche se l’interlocutore gli ha, evidentemente, voltato le spalle.

Le chiese vicine alla stazione sono contenitori senza tempo. Una signora davanti a me porta con disinvoltura jeans e giubbotto jeans e polacchine marroni, scamosciate. Come se la sua messa fosse iniziata negli anni ottanta e si fosse prolungata così a lungo da non aver avuto il tempo, negli ultimi trent’anni, di tornare a casa a cambiarsi. E poi, poi l’anziano in carrozzina, spinto dalla badante straniera con i capelli di un rosso fuori natura. Una coppia di giovani latinos, una donna sempre con gli occhiali da sole sul naso. E le signore anziane, quelle che hanno i capelli corti nè lisci nè ricci, senza un filo fuori posto. Perfettamente ondulati, come lo sono le vaschette di gelato quando si strappa via la pellicola. E ancora, la donna di mezz’età, con cinque/sei centimetri di ricrescita bianca sui capelli scuri, come un bambino che preme troppo il pennerallo sul foglio facendolo asciugare, prima di aver riempito la sagoma del disegno. L’uomo tatuato, il barbone, un professore che puzza di sigaro. La ragazza madre, la vedova, un anziano con la stampella. E me.

A celebrare le messe di scorta sono quasi sempre i preti stranieri, quelli con l’italiano inquilino abusivo sulla lingua. L’assemblea dell’ultima messa è la loro scuola. E s’ impegnano, difatti. Scandiscono le parole con cura. Cadono sulle doppie, ma si rialzano, orgogliosi, facendo leva sull’intonazione, per dare forza alle parole prive di chiarezza. Alla messa di scorta non c’è il coro, ma un “tutto fare”. Prepara l’offertorio, proclama le letture, cerca con cura fra i presenti le facce rassicuranti per affidar loro i cestini delle offerte. Conosce a memoria il numero dei canti nel libretto. E, nella chiesa quasi deserta, canta con impegno godendosi un momento di gloria impensabile da realizzare alla messa di punta.

Nessuno conosce nessuno. E, quasi sempre si è troppo lontani per scambiarsi il segno della pace. Ma, a volte, accade di sbagliare il calcolo della distanza. E quando capita si sente, sotto le dita, la pelle della messa di scorta. È ruvida e callosa. È sudicia e tremante. Verso la fine, rileggo con lo sguardo tutti i personaggi. E capisco di avere addosso ancora troppo forte il profumo d’incenso delle mie passate messe di punta, troppo per condividere una storia senza seguito.

Alla messa di scorta si attua una strana mescolanza tra miseria e poesia, tra solitudine, fallimento e forza. Però, proprio mentre l’anziana dal cappotto di feltro verde trascina le sue buste sporche e ne tira fuori una rosa, omaggio alla statua immacolata della Vergine, allora, viene da pensare che quel canto senza musica, intonato malamente all’inizio, con le vocali aperte e le note in disordine, possieda davvero una segreta speranza, anche per l’ultima messa: “…tutta la storia Ti darà onore e vittoria”.

La felicità che non sa di esistere

(foto di Karen Chernizon)

(foto di Karen Chernizon)

Non è felice, la vita a Raissa. Per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s’appoggia ai parapetti del fiume con le tempie tra i pugni, alla mattina si sveglia da un brutto sogno e ne comincia un altro. Tra i banconi dove ci si schiaccia tutti i momenti le dita col martello o ci si punge con l’ago, o sulle colonne di numeri tutti storti nei registri dei negozianti e dei banchieri, o davanti alle file di bicchieri vuoti sullo zinco delle bettole, meno male che le teste chine ti risparmiano dagli sguardi torvi. Dentro le case è peggio, e non occorre entrarci per saperlo: d’estate le finestre rintronano di litigi e piatti rotti.

Eppure, a Raissa, a ogni momento c’è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una tettoia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall’ alto dell’impalcatura ha esclamato: –Gioia mia, lasciami intingere! – a una giovane ostessa che solleva un piatto di ragú sotto la pergola, contenta di servirlo all’ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata d’un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l’ultima siepe, felice lui ma piú felice ancora il suo cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice d’averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: “Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere”.

Nelle mani di tutti (riflessione sull’intervista a papa Francesco)

Arno Rafael, 1989

Arno Rafael, 1989

Ho appena finito di leggere la versione integrale dell’intervista che ieri Papa Francesco ha rilasciato al gesuita Antonio Spadaro. Ho cercato di leggere con attenzione, visto che, secondo i quotidiani di ieri e di oggi, questa intervista rappresenta la svolta progressista della Chiesa Cattolica.

Se qualcuno fosse stato spettatore della mia lettura, si sarebbe davvero confuso. Il mio volto, infatti, ha cambiato espressione centinaia di volte: ho sorriso, ho crucciato le sopracciglia, ho spalancato gli occhi, mi sono messa le mani nei capelli, ho sentito salire dalla pancia agli occhi una massiccia dose di tenerezza.

Le parole di papa Francesco sono soprattutto….le parole di papa Francesco. Voglio dire che, mi pare, prima d’ogni cosa, si evinca qualcosa di lui, della sua storia, della sua vita, delle cose che ama, di ciò che pensa e desidera. E, forse (ma questo non l’ho ancora capito), l’intenzione dell’intervista era proprio questa: far conoscere meglio papa Bergoglio (è così che inizia il dialogo: Chi è Jorge Mario Bergoglio?”). Parole, sentite, affidate, da gesuita a gesuita, certamente consapevoli, entrambi, che ad ascoltare sarebbero stati davvero in tanti. Tanti ad ascoltare. Ma ancora più numerosi coloro che, per mestiere, per dovere o per piacere, avrebbero non solo interpretato, ma inevitabilmente manipolato, le sue parole.

Il papa parla di molte cose, dunque. Dalle sue opere letterarie e musicali preferite si passa a questioni strettamente legate alla vita della Chiesa: il rapporto fra la Chiesa e l’uomo, l’annuncio del vangelo, la misericordia di Dio, le questioni scottanti come la famiglia, i divorziati, l’aborto, l’ecumenismo. Tante cose, troppe, forse, per considerare queste parole un “insegnamento” preciso su ciascuna di esse.

Nessua novità, infatti. Almeno dal punto di vista dottrinale l’intervista resta dentro ai binari percorsi da tempo. Quello che, pare mutare, è il modo di comunicare tale contenuto dottrinale. Potrei definire questa modalità: “occhi negli occhi”. Proprio così. Bergoglio confida al suo interlocutore la difficoltà che prova davanti alle masse, il disagio che gli provoca una comunicazione/relazione che non può essere diretta: “Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse“. E questo suo tentativo lo si percepisce chiaramente: le risposte personali alle lettere ricevute, le telefonate, il famoso “buongiorno/buon appetito”. Un linguaggio, una modalità di relazione che arriva a tutti, proprio perchè utilizzata da tutti, ogni giorno, all’interno del nostro rapportarci con il mondo che ci è prossimo.

Leggo con attenzione i passaggi dell’intervista che cercano di delineare l’identità del pontefice. Il percorso fatto, le figure che per lui sono state importanti, le letture, la formazione, i diversi compiti svolti all’interno della Compagnia di Gesù, gli errori fatti e le cose imparate dagli errori commessi. La sua storia. Le tappe che lo hanno portato lì dove è adesso. E mi piace la definizione del discernimento come il “sentire le cose di Dio dal suo punto di vista“: “Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento […]. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. […] La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte “. Ho voluto riportare questo passaggio perchè, a mio parere, contiene una chiave di interpretazione importante.

Il tempo e il discernimento. Ecco di cosa, molti di noi, i mezzi di comunicazione, l’opinione pubblica sta privando papa Francesco: del tempo e del discernimento. Guardo con diffidenza il fenomeno mediatico che lo sta travolgendo. Non fa bene a lui, non fa bene alla Chiesa, non fa bene a chi cerca la verità. Mi chiedo quanti, tra i fedeli si siano seduti a leggere la lunga intervista del pontefice, non basando il loro consenso sugli spezzoni riportati dai giornali o, peggio, dai telegiornali. Mi chiedo quanti tra coloro che gridano alla svolta conoscano i documenti ufficiali sulle questioni affrontate nell’intervista. Il papa parla della Chiesa come popolo e cita la Lumen gentium. Ma quanti dei giornalisti che utilizzano le parole del papa sanno cosa sia e cosa contenga la Lumen gentium?

Non voglio dire che solo i teologi o i religiosi, o i preti hanno il diritto di esprimere la propria opinione sulle parole del pontefice. Dico soltanto che bisognerebbe avercela davvero un’opinione. Perchè? Perchè l’accoglienza delle donne che hanno abortito, dei divorziati, degli omosessuali, la faticosa fiducia nella “persona”, chiunque essa sia e qualunque cosa abbia fatto, la vicinanza, la pietà, la misericordia nel nome di Gesù esistono nella Chiesa da prima che arrivasse papa Bergoglio, da 2000 anni, circa, più o meno da quando un certo rabbi di Nazareth ha evitato la lapidazione di un’adultera e non ha sottratto i suoi piedi alle lacrime di una prostituta. E tutto questo esiste non solo tra i “religiosi”, ma anche, anzi sopratutto, tra la gente comune. Tra i credenti di “periferia”, per utilizzare proprio un’espressione cara al papa.

Quanti cristiani si sono trovati a dover discernere tra la dottrina ufficiale, recinto a volte troppo stretto per la Parola di Dio e per la vita, e la propria coscienza! Quanti hanno pagato e stanno pagando con la solitudine, la sofferenza, l’amarezza dell’incomprensione, la fatica e la coerenza dei propri studi teologici e delle convinzioni che ne scaturiscono? Quanti credenti, preti, religiosi e laici hanno curato le ferite e, sopratutto, testimoniato e insegnato, ascoltato, lottato, passato notti insonni perchè le ferite potessero anche non accadare, venissero evitate quando possibile?

Forse la Chiesa, quella che non finisce sui giornali, quella che non sempre riesce a scalfire il sentito dire, le cose che “si sono fatte sempre così”, l’assenza di senso critico, forse quella Chiesa ascolta e accoglie le parole del pontefice ma si basa e si costruisce e si nutre soprattutto di altre Parole. Oggi abbiamo la grazia di avere come papa il cardinale Bergoglio. E se domani venisse eletto un papa conservatore, reazionario, poco sensibile ad alcuni temi importanti, come in passato è accaduto, allora cosa succederebbe? Si tornerebbe tutti indietro in massa?

Chissà se papa Bergoglio sarebbe contento di sapere che molti fedeli la domenica, sono costretti ad ascoltare omelie fatte di parole sulle sue parole. Io credo che ne sarebbe mortificato. E anche io mi sento mortificata. E se invece concentrassimo ed indirizzassimo le nostre energie per restituire ai fedeli la Parola del loro Signore? Per dare ai credenti gli strumenti necessari alla comprensione della Scrittura? Ridimensionando le mediazioni? È pericoloso mettere in mano a tutti la Bibbia? Forse. Ma la Rivelazione, la volontà del Padre di farsi conoscere, di farsi vicino all’uomo attraverso Gesù non è una consegna che il Signore fa di se stesso nelle mani di tutti?

Mi auguro che papa Francesco possa continuare a guidare la Chiesa. Mi auguro che continui a farsi “prossimo”, a cercare in mezzo alla folla occhi da incontrare. Ma mi auguro anche che metta mano alla penna e che scriva, che si metta davvero in ascolto del popolo, di quel popolo che ama Gesù pur senza averlo visto (cfr. 1Pt 1,7-8) e che per questo cerca di capirlo, di conoscerlo di seguirlo. Mi auguro che scriva dopo aver ascoltato e pregato e fatto quel discernimento che lo caratterizza producendo non solo “opinione”, ma anche un Magistero capace di cambiare a lungo termine le cose, un Magistero che curi le ferite, anche quelle che esso stesso nel corso della storia ha inflitto. Mi auguro possa piano piano dar vita ad una prassi che nasca dalla comprensione della Scrittura e (finalmente) del Concilio Vaticano II. Un amico, persona a me davvero cara, teologo moralista, oggi mi ha detto che siamo tutti così impegnati a capire come riuscire a fare i maestri che abbiamo dimenticato d’essere, tutti, discepoli. “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi“. (Gv 8,31-32)

Pane, e polvere di deserto tra i piedi

Ciao Abuna Paolo.

Eccomi qui, mentre mi appresto a fare la cosa più inutile che posso, quella che meno può servire alla tua vita e al paese che hai scelto come tuo: scrivere una lettera.

Parole inabili. Incapaci. Parole senza braccia per venirti a liberare, senza gambe per aiutare i bambini a scappare dalle bombe, che nell’attesa che arrivino ti frantumano dentro e che, quando atterrano, ti frantumano il corpo.

Parole.

Ma porta pazienza, ti prego, perchè solo parole mi pare di possedere, e di tenermele tutte scomposte dentro al cuore, non ho più forza e pazienza.

La prima volta che ti ho sentito parlare ero in RAI. Le domande sapienti di Gabriella Caramore ti hanno reso agile, con la sola forza della voce, dire chi sei. La radio l’amo per questo, perchè fra i cinque sensi l’udito regna. In radio quello che dici è davvero più importante di come appari. (http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-f86e393a-2749-4a48-be17-7809f1b8802d.html)

Ti ho ascoltato. E mentre ti ascoltavo mi pareva si agitasse in me il mostro multiforme dell’inquetudine. Quello che si odia perchè rende zoppo il trascorrere quotidiano dei giorni, quello che non si riesce a domare, perchè costringe la vita ad occhi aperti e insonni.

In poche battute hai raccontato di te e del tuo cammino, da Roma all’oriente, dal centro del cattolicesimo all’islam, dal dogma alla vita, esperienza di relazioni meticce. L’ossessione della religione pura: pericolosa, viscida tentazione. Ordine contro il disordine di mense condivise, definizioni e teorie contro bambini musulmani e cristiani che giocano la domenica, alle porte del monastero di Mar Musa. E mentre a colpi di dottrina Roma tentava di mettere i puntini sopra le “i” della fede in forma teorica, in Siria, insieme ai tuoi, mangiavi il pane dei credenti in Allah.

Pane, e polvere di deserto tra i piedi.

Abuna Paolo, dicono che fra qualche giorno bombarderanno la Siria. Ed io ti chiedo scusa. Il fallimento politico pesa come pietra dura sullo specchio fragile della nostra democrazia. Quasi un milione di morti è costata la nostra attesa. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha preso tempo per verificare l’utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito di Assad. Abbiamo preso il tempo e ne abbiamo esasperato la relatività. Un minuto è per l’ONU un tempo pressochè inutile. In Siria, in un minuto, muoiono più di 300 persone. La somma dei minuti presi dall’ONU per “valutare” non ha condotto a soluzione alcuna. La somma degli stessi minuti ha fatto 90mila morti in terra di Siria.
Il potere economico di Cina e Russia tiene in ostaggio la comunità internazionale.

In questi giorni guardo spesso in giro per casa, credo che la maggior parte delle cose che possiedo siano made in China. E mi pare che ogni oggetto corrisponda a uno di quei cadaveri avvolti fra le lenzuola, in fila, a turno, verso una vita migliore.

Ti chiedo scusa. Per quello che non ho potuto e non so fare. Sono incapace di dare forma allo sdegno, alla rabbia, a quel poco di senso di giustizia fuggito all’anestetico di cui, volente o nolente, mi nutro ogni giorno. Per sopravivere, per passare cioè sopra la superficie della vita, scivolarci sopra senza passarci dentro, perchè se alla vita ci passi dentro non sai se ne esci vivo.

E così ti abbiamo nutrito di solitudine e tu sei diventato un gigante.

L’ho sentito con le mie orecchie. Ti criticano in molti e chissà da quanto tempo. Hai fatto un gravissimo errore, quello che sempre meno viene perdonato: ti sei schierato. Hai detto a tutti, gridandolo, da che parte stavi! Ma è mai possibile che nessuno ti abbia detto che schierarsi uccide? A schierarsi si resta nudi e si diventa bersagli. Tutti saranno pronti a mostrarti la follia della tua scelta, l’imprudenza, la non ragionevolezza. E poi è fin troppo facile dimostrare il tuo errore. Nel fitto groviglio della situazione Siriana, nel delicato gioco di equilibri di un paese in guerra, tu ti sei schierato. A fianco di amici, di gente che sono il volto della tua vita quotidiana, ma che per noi sono una massa poco definita di ribelli. Un miscuglio di estremismo e di pericolo, fondo torbido e opaco di quel pozzo nero che noi chiamiamo Islam. Hai scelto di stare con coloro che noi consideriamo assasini, mercenari, estremisti, mine pronte a scoppiare sotto il culo dell’occidente.

Io mica lo so se tu hai ragione. Perchè da qualunque parte della vita ti fermi a guardare la realtà ti dicono sempre che è la parte sbagliata. Ci sono cose che non sai, ci sono cose che non vedi, sfumature che guardate da altra angolazione permettono di avere la visione opposta.

Sempre, ti ritrovi sempre dalla parte sbagliata. E così tutto è vero e falso allo stesso tempo e non ti resta che arrenderti alle ragioni del più forte.

“I cristiani vogliono Assad” – dicono. Hai sempre affermato che non è così.

Ti abbiamo nutrito di solitudine e sei diventato un gigante.

Tu dici di te stesso che se fossi rimasto a fare il gesuita in Italia saresti scoppiato. E infatti per rimanere fedele a quanto avevi percepito vero, dai gesuiti te ne sei andato. E poi sei tornato. O ti hanno riammesso. Dipende da quale parte ti metti a guardare, appunto.

Sei strano – dicono – inquieto. Un po’ matto. Sei uno che se ne frega delle cose così come dovrebbero essere. E, infatti, ti sei incamminato tra sentieri di guerra. Sei tornato da dove ti avevano espulso per provare a far dialogare chi è incapace di comunicare se non a colpi di arma da fuoco. Hai fatto quello che non spettava a te, secondo quella distinzione di ruoli e responsabilità che ci rende tutti colpevoli e tutti innocenti. Un’invasione di campo, la tua.

Ti abbiamo nutrito di solitudine e sei diventato un gigante.

E la politica, che di pane e di polvere tra i piedi non se ne intende, adesso aggiungerà sangue a sangue. Un’addizione che non aumenta, ma sottrae vite alla vita. Anche la nostra democrazia non conosce che il rombo cupo delle armi per curare l’anemia di dialogo.

La comunità internazionale ha fallito. Ancora, di nuovo. E le comunità cristiane? Forse solo i tuoi compagni di vita sparsi per il mondo si sono messi insieme per capire, conoscere e pregare.

Io non ho sentito di parrocchie senza sonno, a vegliare per implorare la pace in Siria. O semplicemente di comunità che durante la celebrazione dell’Eucarestia pregano, insieme, come “corpo”, consapevolmente, per la Siria e per la pace. Non ho ascoltato di omelie a suscitare pietà dei morti e dei vivi di questa guerra assurda. Leggiamo fiumi di articoli sulle parole e l’operato di Papa Francesco. Sappiamo tutto, cosa porta nella sua borsa personale quando viaggia, sappiamo dove va, cosa fa, cosa mangia, cosa dice, cosa pensa e a chi telefona e perchè. Ci stupiamo della sua “normalità”, ne facciamo notizia, abituati come siamo a pensare che “religioso” voglia dire diverso, speciale, altro. Tutto il contrario di Gesù che è uguale, umano, vicino. E l’ignoranza del popolo di Dio riguardo alla sorte di milioni di persone in Siria, come in Egitto, come in Somalia o come nelle periferie delle nostre città è una ignoranza sempre meno sopportabile. La scissione tra liturgia e vita e destino del mondo attorno a noi è una ferita che rischia di farci morire dissanguati, tutti.

Allora, ti prego, resisti Abuna Paolo, torna. Dobbiamo tutti rimproverarti per la tua imprudenza, per i tuoi schieramenti extramagisteriali e troppo biblici. Torna a prenderti le nostre critiche e a darci in cambio il tuo sorriso, la tua vita esagerata, il tuo modo di essere eccessivo, imbarazzante, inopportuno.

Le nazioni usano le armi. Noi proviamo a riporre la nostra fiducia nel Signore della storia, così, piccoli come siamo, invochiamo pace e dialogo e pietà.

“Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Si Caino, sei proprio tu il custode di tuo fratello.

Senza pietre non c’è arco

Foto da Panoramio, autore aurelioclik

Chiesa di S. Maria dello Spasimo, Palermo. Foto da Panoramio, autore aurelioclik

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede

Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, –
risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: –
perchè mi parli delle pietre? E’ dell’arco che m’importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.

Potere: uno sfacelo senza fine nè forma

    

 [Esplora il significato del termine: Rabaa, la devastazione nella moschea al Cairo] Rabaa, la devastazione nella moschea al Cairo

Rabaa, la devastazione nella moschea al Cairo

Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore.

Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine nè forma, che la sua corruzione è talmente incancrenita perchè il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.

Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.

Incipit (cose che accadano in cinque minuti, nella vita)

Una fine…
Stringeva tra le mani la tazza calda e gialla, e il vapore della camomilla veniva su avvolgendole il viso. Non si accorgeva delle sue dita divenute bianche per la forza di quella stretta. Le scendevano giù le lacrime, senza che sul viso apparisse alcuna smorfia di dolore, nessun segno di sofferenza. Tutto era dentro, negli occhi. Due crateri ed eruzione d’ acqua e sale. Fu la suoneria del cellulare a destarla dal quel silenzio insonne, rimase immobile, solo si voltò, con la testa, verso il telefono, lesse il nome sul display, lo fissò per alcuni minuti, poi si alzò abbandonando sul tavolo della cucina quella melodia allegra. Appoggiò la testa alla finestra. E il fiato del suo sospiro appannò il vetro. Il mare era nero, rigato di bianco all’orizzonte, sembrava, e lo era, di una ostilità invincibile. Lo osservò per un paio di minuti poi posò la tazza, indossò il cappotto grigio, il cappello, i guanti ed uscì. Amava il vento freddo e quel velo di sale che si posa sulle labbra, tanto quanto odiava l’umidità che arriccia i capelli: “Amore e odio non si separano mai, neppure nelle briciole della vita” – pensò, di sfuggita.
Con passo veloce giunse alla panchina amata, sempre scartata, da tutti, per gli scogli troppo alti, ad impedire la vista del mare. Pochi sapevano, però, per  una cronica anemia di pazienza, che nei giorni di tempesta il mare gli si scaglia contro e come una visione fa la sua comparsa in forma di schizzi e schiuma. Si sedette in punta, con le mani sotto le cosce, un po’ piegata in avanti, in modo da poter dondolare, indietro, avanti. Le parole di lui gli pulsavano in testa come fossero loro a dare il ritmo al cuore e al sangue: “
È stato un errore, ho sbagliato, scusa. Non c’è futuro per noi”. Lei non aveva risposto nulla. Come era solita fare. Lo guardò, si voltò e andò via, avendo l’impressione di sfaldarsi ad ogni passo, di lasciare pezzi di sé lungo la strada, di disseminare corpo sull’asfalto, brandelli di carne e sangue, come una scia.

Interactive "Rain Room" Exhibit Allows Visitors To Control Their Environment

Un inizio…
La neve scendeva ch’era un piacere. Mare grigio e bianco dappertutto. Il giorno di Pasqua. Da non credere! Il saluto del cielo al mio primo giorno di disoccupazione fu una nevicata da notizia in prima pagina: 5 Aprile neve sulle coste della Sicilia! Ed io restavo lì, imbambolata ai vetri della finestra, guardando i fiocchi imbiancare le mie prime ore di libertà e ricoprire, fino a seppellire, l’abitudine del passaggio in edicola, giornali e parole fresche che sporcano di nero le dita. Tutti i miei incarichi, in giro per il mondo, inabissati sotto quel morbido tappeto bianco, insieme ad una lettera di dimissioni scritta al volo, uno squarcio di lucidità. Una lettera di cui non ricordavo più una sola parola.
Neppure una. La sensazione si, quella la ricordavo, però. E’ stato come trovarsi in un uno spazio aperto dopo aver vissuto mille vite al chiuso. Senza aria. Sapevo che, in seguito, un seguito non troppo lontano, sarebbero arrivati i dubbi, le incertezze, quel panico sottile e crudele che attraversa i pensieri come un coltello, quando ci si chiede se si è fatta la cosa giusta. Sarebbero arrivati i pensieri cupi, il senso incerto del futuro, sarebbero arrivate le domande incalzanti e preoccupate degli amici e quelle agitate, concitate di mia madre. Ma, in quel momento, un momento da prima pagina, volevo solo restare imbambolata ai vetri a vedere la costa della Sicilia bianca di una neve rubata a cieli lontani.

In attesa di verità e giustizia

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Ci sono pomeriggi che entrano nello scorrere del tempo sotto forma di agguato. Attaccano alle spalle il senso della realtà. E lo lasciano stordito, privo di punti di riferimento, gironzolarti nella testa come un ubriaco, incapace di reggersi sulle proprie gambe e di camminar dritto e saldo come fino ad un attimo prima.

Il mio pomeriggio sotto forma di agguato è cominciato con un amico e con la sua maglietta rossa. Un motorino sgangherato sotto casa, come non accadeva dai tempi del liceo, e un vento di scirocco capace di ridestare tutte le parole dei racconti di Tomasi di Lampedusa, pazientemente raccolte e custodite nella mente. E così, mentre sul motorino lo scirocco schiaffeggia, viene naturale esclamare, come in Lighea: “in Sicilia, in estate, nevica fuoco!”.

Palermo è affollata, è una città senza vacanza. Molti negozi storici, sono chiusi ma non per ferie. Ci si riposa di crisi e disperazione, anche a Palermo. Io, e il mio amico con la maglietta rossa, attraversiamo la città, imboccando sensi unici in senso inverso e stando ben attenti a non rispettare le regole del codice stradale. Si guida così il motorino a Palermo, ed è proprio una questione di sopravvivenza.

La prima tappa del nostro viaggio urbano è una tappa difficile, impervia, ci si dovrebbe arrivare con strumenti raffinati e forza nelle braccia, come davanti ad una parete rocciosa da scalare. Noi ci arriviamo, invece, magrolini e confusi, dotati soltanto di ricordi, e di un amore tutto ancora da comprendere per qualcuno che ha cambiato il nostro senso della vita, solo dopo morto. Via D’Amelio. La stradina è quasi deserta. Davanti al palazzo poche macchine, e il portiere seduto su uno dei motorini posteggiati “a pigghiari n’anticchia d’aria ca u cauru si mori!“. Giustamente. Ventun anni. E ancora lo stomaco, dalle viscere, riporta in superficie lacrime amare, alla ricerca di un senso possibile. Sotto l’ulivo di via D’Amelio ci si sente vittime e carnefici. Il senso di disagio è profondo. Lo si sente scorrere dentro alle vene insieme al sangue, anzi no. Al posto del sangue. Perchè il sangue sembra quasi una colpa averlo ancora tutto in vena, qui, dove non è stato versato, qui, dove il sangue è morto bruciato. Mi guardo in giro. Cercando di evitare con cura le domande, che pur qui sarebbero ovvie. Ma da questa strada sono state sfrattate, le domande come le risposte.

Ventun anni. E il palazzo ha ancora addosso le impalcature della ristrutturazione. A Palermo le cose si fanno. Con calma, però. Di guarire dalle ferite non abbiamo alcuna fretta. Se non si vive di ferite qui, di cosa si può vivere? Accanto all’ulivo che fruttifica lettere, cappellini, adesivi, spille, bandiere c’è una lapide. Grigia, grande, forte con su scritti i nomi delle vittime. Sulla lapide le foto dei volti rimasti uguali per sempre. Sotto i volti una scritta: “in attesa di verità e giustizia“. E a me è parso di comprenderla, quella scritta, non come un desiderio legato alla sorte di Paolo Borsellino, della sua scorta, di Palermo, di questa Nazione. Mi è parso che ci fosse dentro un grido, più ampio, che appartiene a tutti. Tutti siamo a turno, in attesa di verità e giustizia. Ogni storia lo è. E via D’Amelio è un avamposto di questa attesa, guida la fila, è rappresentante di tutte le attese. Attesa esagerata la sua. Verità e giustizia sono talmente in ritardo da far sorgere il dubbio di essere a turno dal lato sbagliato della vita. Uno sguardo a Montepellegrino, che da lì appare incredibilmente a strapiombo sulla città, e di nuovo in sella.

Posteggiamo il motorino di fronte al teatro Massimo, confidandoci il desiderio di poter prima o poi entrarvi dentro a godere “della cosa che porta avanti il mondo” – dice l’amico dalla maglietta rossa – “la musica“! Sulla piazza qualche turista, le carrozze, le balate che restituiscono moltiplicato il calore ricevuto durante il giorno. Ci incamminiamo, senza direzione, con il solo desiderio di sentirci inghiottiti dalla città antica, dai quartieri popolari, dalla gente che li abita. Così avviene. Il nostro dialogo è continuamente interrotto da numerosissimi: “Talè!“. Il quartiere del Capo è un susseguirsi irreale di bellezza e degrado. Sotto archi antichi probabilmente quanto i normanni, giacciono cumuli di spazzatura. Davanti alle porte delle case anziani che sembrano venuti fuori da “Nuovo cinema Paradiso”, rigorosamente in canottiera bianca attendono una frescura che non arriverà e ci scrutano con occhio indagatore. “Turisti non sono!“. Nelle nostre parole riconoscono il loro accento. I viicoli si infittiscono e a me pare di essere in Marocco. Neppure il tempo di pensarlo che, girato un angolo, mi ritrovo davanti a quello che doveva essere un garage. Davanti alla porta di metallo dipinta di verde una serie di scarpe, una accanto all’altra, e i tappeti sul pavimento mi fanno comprendere di trovarmi davanti ad una moschea. All’interno alcuni uomini dalla pelle scura pregano. Si voltano verso me e il mio amico. Si rivoltano. Gli estranei, i fuori luogo siamo decisamente noi, soltanto uno, un giovane fa al mio amico un segno cordiale di saluto. Incredibile. Qualche metro più avanti delle donne scambiano parole in un dialetto che è fratello di quegli uomini scuri, poco imparentato con la lingua italiana. Chino lo sguardo, e trovo i miei piedi! E decisamente anche loro hanno un colore molto più simile agli uomini scuri che al resto del popolo a cui appartengo. E, mentre continuo a cammianare, penso a chissà quale faccia araba del XII secolo somigliano i miei piedi. Continuiamo la passeggiata. Ad interrompere le nostre confidenze questa volta sono un gruppo di bambini che trafficano attorno ad un bidone di plastica pieno zeppo di gioccatoli “made in china”. Sono tre. Uno biondo con gli occhi scuri, uno scuro con gli occhi chiari, uno charo con gli occhi chiari: Palermo! Ci avviciniamo per complimentarci del tesoro e il bambino scuro con gli occhi chiari ci spiega: “Ormai sugnu granni, un ci iocu chiù cu sti giocattoli, mi i vinnu, vu vuliti accattari unu“? Fantastico! La vendita di quei giocattoli è il segno del suo ingresso nell’adolescenza! Come non accettare l’offerta? Rovistiamo un po’ fino a quando trovo un elefante di gomma, dignitoso souvenir della sua infanzia. 1 euro! Il mio amico dalla maglietta rossa tira fuori i soldi e l’elefante è mio! Il bambino è felice! Lo sono anch’io. Gli chiediamo di far finta di farci lo scontrino nella speranza che un giorno si ricordi di questa richiesta. “Scontrino?” – ha esclamato – sgranando i suoi occhi, bellissimi.

Tagliamo il quartiere del Capo a metà. Ma siamo noi a sentirci attraversati dalla sua vita così intensa. Con un’espressione simile a quella di Alice nel suo paese delle meraviglia ci fermiamo davanti alla targa che segna il nome della strada: via delle sedie volanti: Palermo! Ed ecco una salita, tra balconi settecenteschi, che sbuca a Piazzetta sett’angeli. Arrivati alla piazza, il mio amico sbalordito non può che esclamare: “Ma..ma questo è il culo della Cattedrale!” Esatto. È che culo! É la parte più antica. La più bella, per me. Disegni geometrici ed absidi che conducono lontano. Mi pareva di essere allo stesso tempo dentro a mille tempi diversi. Mi pareva di avere mille corpi diversi, ma dentro ad un corpo solo.

Raccontare Palermo, definirne il carattere, comprendere gli estremi del popolo che la abita è impresa ad alto rischio di banalità. Questo è solo il resoconto di un pomeriggio divenuto un agguato al senso di realtà di chi a Palermo non vive più, di chi ne sente una nostalgia incapace, spesso, di avere pietà. Perchè, in fondo, siamo tutti, davvero, in attesa, di verità e giustizia.

(Disegno di Silvestro Nicolaci)

(Disegno di Silvestro Nicolaci)